Archivio per giugno, 2008

Le varie forme d’amore

Posted in Senza categoria on 29 giugno 2008 by stesis83
 

Forse l’amore è l’estremità nascosta di una roccia.

Una sorgente di eternità che non ha foce.

Una mano che cerca la stretta.

Un nodo imperfetto.

Forse l’amore non ha niente di vero.

Un mucchietto di promesse collose.

Un po’ di cenere sulla fronte.

Soltanto un po’ di cenere sulla mia fronte.

Una piccola ragazza volteggia nella sua veste pallida,

rincorrendo l’ombra allungata,

il fruscio delle foglie è voce del mondo,

una mano come lama incastona lettere sulla corteccia,

una F filiforme di fanciulla.

Una finestra è aperta sul cortiletto di quartiere,

una donna col volto rotto osserva l’uomo che avanza,

ad ogni passo si avvicina il suono del campanello,

la chiave nella serratura,

lo schiaffo pieno di rancore.

Una scheggia di vetro riflette l’immagine,

una donna gravida carezza il ventre gonfio,

lacrime scivolano silenti sulle guance,

una bandiera a mezza asta piange i suoi morti.

Un bambino curioso schiaccia il naso contro la vetrina,

le bilie colorate fruttate e le grandi torte di cioccolato,

il profumo del pane appena sfornato,

le ginocchia sbucciate e sanguinanti.

Un ragazzo dagli occhi vuoti avanza verso il padre,

il colpo di cintura e il segno dell’anima,

il pene eretto conficcato nel cuore,

per Cristo nostro Signore.

Una puttana asettica batte i denti come le strade,

i soldi in borsa e le labbra spezzate,

un pugno sull’occhio,

il corpo derubato.

Una cameriera al tavolo tre,

un finocchio palestrato commesso da Zara,

il parcheggiatore non autorizzato,

gli ubriachi del sabato sera.

Due donne,

occhi negli occhi,

spirali di pioggia,

sui capelli come prolungamenti di anima.

Due donne,

labbra su labbra,

statue di gesso,

si amano.

Due uomini,

incastri carnali,

muovono terra,

si confondono.

Due uomini,

magneti,

falce e martello,

cocci di luna.

Forse l’amore è come un pianeta perduto nello spazio.

Sconosciuto e mutabile.

Un unguento per ogni ferita preesistente.

Una dolcissima parentesi di luce.

Forse l’amore è qualche goccia di mirto sulla lingua.

Un gioco a scacchi.

Un mistero da preservare per non disilludere.

Un ritorno al passato.

Un uomo e una donna,

due segni su tela,

aquiloni che brillano nei cieli,

che liberamente scelgono di volare vicini.

Forse l’amore è la speranza di esserci ancora.

Un’invenzione borghese.

necessario come il peccato.

è simmetria.

Forse l’amore non ha niente di vero.

Un ricordo impresso per sempre.

Forse viviamo nel passato e fingiamo di camminare nel presente sperando nel futuro.

Forse questa giostra non girerà più.

Saranno cerchi colorati,

saranno lividi maturi,

saranno parti prematuri,

saranno stoppie.

Saranno corridoi infiniti,

saranno labirinti oscuri,

sarà soltanto memoria,

saranno tracce di estate.

Forse l’amore sarà stupore,

forse non sarà niente.

Anche se l’amore non avesse niente di vero,

cercherei la mia illusione nella memoria.

Disincanto

Posted in Senza categoria on 27 giugno 2008 by stesis83

Vorrei cancellare quello che sei stata,

vorrei addormentarmi pensando di dimenticare,

vorrei mostrarmi meno forte di quel che sono,

stuzzicare la mia rabbia repressa.

Vorrei che una fottuta psicologa ti togliesse dalla mia testa,

vorrei scivolare dentro un cuore che non sia già rotto,

vorrei mirare ed essere il colpo nel tuo cranio,

fuggire definitivamente.

Ho sprecato fiato e parole,

ho mentito,ferito,violato,

ho gettato attimi,soldi,silenzi,

ho torturato me stessa per te.

Ho afferrato una pietra per te,

l’ho scagliata contro me stessa,

ho giaciuto con la mia stessa immagine,

soltanto per lasciarti un segno.

Vorrei che tutto questo dolore andasse smarrito,

vorrei che per una cazzuta volta tu facessi il mio bene,

vorrei che mi dicessi la verità di anni,

che non ci si ama mai davvero.

Vorrei che lo gridassi fino a consumare la voce,

che quel che abbiamo avuto non era niente,

l’illusione di due bambine che sperano,

la patetica ricompensa per la promozione.

Ho calpestato me stessa per te,

ho fratturato le mie costole,

ho ingoiato il mare,

ho toccato il fondo.

Ho preso in giro me stessa per te,

ho oltrepassato specchi,

ho conficcato un’intera lama,

minacciato di sparire.

Vorrei soltanto che tutta questa noia ti ricoprisse,

che tu fossi infelice almeno quanto me,

vorrei che la pellicola del nostro esserci andasse in fumo,

che non ci fosse via di scampo da questo rogo.

Vorrei che le onde ti portassero a riva,

su una spiaggia invisibile ai miei occhi,

vorrei che in cielo si aprisse un varco,

che tu possa essere risucchiata via per sempre.

Ho perduto i miei anni migliori amando te,

ho creduto nelle tue sporche promesse,

ho accettato le tue regole,

ho sopportato tutto per te.

Ho tenuto il passo per te,

sono finita in fondo a un fosso,

ho gridato al miracolo quanto ti ho incontrata,

per lasciarti vivere.

Avrei ceduto anni per te,

attraversato i deserti,

avrei inventato parole per te,

avrei fatto nuove tutte le cose.

Per te, solo per te.

Vorrei che tutto questo dolore andasse smarrito,

vorrei che per una cazzuta volta tu facessi il mio bene,

vorrei che mi dicessi la verità di anni,

che non ci si ama mai davvero.

Vorrei cancellare quello che sei stata,

vorrei addormentarmi pensando di dimenticare,

vorrei mostrarmi meno forte di quel che sono,

vorrei scivolare dentro un cuore che non sia già rotto,

vorrei mirare ed essere il colpo nel tuo cranio,

fuggire definitivamente.

Voglio mandarti via per sempre,

per lasciarti vivere.

Fuggo per me, solo per me.

IL SOLLIEVO DI ESSERCI

Posted in Senza categoria on 24 giugno 2008 by stesis83
Poni la mano tra le nostre labbra,
sporcami di saliva,
inietta in me il tuo veleno di pudore,
amami ancora.
Ti prego,toccami.
Ti prego,annientami.
Ti prego, stenditi accanto a me.
Adesso inebriami,
adesso mordimi,
strofinami addosso il tuo peccato.
Adesso  prendimi,
adesso spogliami,
cospargimi di indifferenza.
Poni la mano tra i nostri cuori,
ascolta il boato fluttuante,
amami per quel che sono,
con tutte le mie contraddizioni,
con i miei angoli,
con le mie pretese,
con le isterie.
Amami nei turbameneti,
per la mia fame di libertà,
per il successo mai raggiunto,
per i penosi tormenti.
Stordiscimi i sensi,
feriscimi l’anima,
donami viltà,
donami infedeltà.
Tradiscimi,
ammazzami,
sconvolgimi,
viziami.
Dammi sollievo,
il sollievo di esserci.

Privo di senso

Posted in Senza categoria on 21 giugno 2008 by stesis83

Si incartano gli istanti e muovo tra la bocca e il filo,

il vecchio sole lentamente riposa sul giaciglio pallido di luna,

una depressa lampada al neon illumina l’altra faccia stanca,

mostrando una strada di verità scolpita sulla carne.

Una maschera che piange è il tuo volto come orma ambrata,

clone della mia che raggrinzita trova la sua tomba,

e se solo potessi ti taglierei fuori dalla mia testa,

dicendolo piano se solo potessi.

Una muraglia di sabbia separa i nostri corpi,

la tua veste è il cemento che ti protegge,

la mia sete è la tua sete,

e se solo potessi ti toglierei dalla mia testa,

dicendolo piano quasi senza voce.

Si incartano le nostre vite e si incastrano pure,

una rubrica per un numero di rancore,

una cornetta gracchia una voce metallica,

che parla di strambe storie di paese.

Io ti odio, vuoi capirlo?

Odio quel tuo sottile modo di capirmi.

Odio quando mi sorridi e il mio cuore ride.

Odio quando mi abbracci con affetto.

Odio quando pretendi un bacio che non voglio darti.

Io ti odio, vuoi capirlo?

Odio quel tuo dolce e tormentato modo di insinuarti.

Odio quel tuo sguardo che mostra oceani.

Odio quel segreto che preservi.

Odio quando mi avvolgi di tenerezza.

 

 

Inno all’amicizia

Posted in Senza categoria on 14 giugno 2008 by stesis83
Ad ogni passo un gradino sepolto,
sulla strada verso il luogo in cui amarsi per sempre,
il sudore in perle sul mio volto scarlatto,
oggi sono andata in fondo a me stessa.
 
Ho visto nel fondo di tutte le cose gli occhi di un amico,
ho visto le sue labbra tremare e non dire niente.
Gli occhi bassi e impauriti,
per un pensiero che punge,
tacere anche se si vuol gridare.
Odore di verità sulle mani che carezzano il cuore.
Odore di tenerezza per un gesto semplice,
una pallottola di carta a caduta libera,
un rasoio che trancia pelle sottile.
Complici ci cerchiamo.
Complici ci riconosciamo,
come fossimo ingranaggi dello stesso meccanismo.
Vorticare come ballerini su una pista di ghiaccio.
Non temere niente.
Sono cocci di cielo per te , anima bella.
Le mie braccia come culla di salvezza.
Sono unguenti che guariscono ricordi.
Veli lunari che celano i nostri sguardi umidi.
Sono bugie bianche come sudari di sincerità.
Sono giorni uguali per le nostre esistenze simmetriche.
Soffi di nostalgia sulle tempie pulsanti e i sorrisi perduti.
Sono meravigliosi squarci dopo una confessione nera,
delusioni reciproche che ci allontanano per poco,
sono coraggiosi momenti in cui dirsi soli,
istanti in cui piegarsi dinanzi la morte di un caro amico.
Oggi sono andata in fondo a me stessa,
camminando nei veri cieli,
ho creduto di essere lo schiaffo su un volto candido,
la cicatrice purulenta dopo una violenza di spirito.
Ho creduto di poter vagare senza meta alcuna,
così per potermi sentire meno prigioniera di un sogno,
così per non cedere ai giorni.
Ho visto nel fondo di tutte le cose il sorriso di un amico,
tutto è sembrato chiarissimo come un cielo limpido.
Gocce di sollievo sul mio volto ovale,
gli occhi colmi di memoria.
Ho creduto di poter fare a meno di tutto,anima bella.
Ho creduto di poter fare a meno di tutto , solo per un attimo.
Ho sentito l’esigenza di fare a meno di me stessa,
di smettere di compiangermi,solo per un attimo.
 
Ad ogni passo un gradino sepolto,
sulla strada verso quel luogo in cui è sempre estate,
il sudore in perle sul mio volto scarlatto,
mano nella mano con il giorno finito.
Ho desiderato un amico sulla mia strada.
Un amico che possa aprire i veri cieli.
Ho incontrato un amico lungo la strada,
nulla può bastarmi,nemmeno per un attimo.

Parole aguzze

Posted in Senza categoria on 12 giugno 2008 by stesis83

Ho desiderato profanare il tuo cuore così da potermi dire tua,

specchiandomi sulle tue piccole unghiette concave ho visto il mio volto stanco,

ho trattenuto il nostro amore malato e ho addobbato il mio corpo di te,

insinuando le mie mani ovunque tu volessi.

Ho preceduto la morte di un passo con il sol scopo di averti,

digrignando i denti ad ogni pillola-anfetamina,

ho concesso una culla al tuo dolorante vuoto,

promettendo a me stessa di donarmi una fine.

Strisciando parallelamente al piano ho incontrato la tua resistenza,

una forza contraria che mi spingeva verso il fondo,

ansimando ho temuto di scivolare per sempre,

cadere in un domani distante.

Mi sono arrampicata sul tuo corpo,

conficcando le mie dita come artigli,

ho lasciato scorrere il tuo sangue sul mio,

generando il nuovo patto.

Hai seminato il panico nella mia esistenza contratta,

rendendomi vulnerabile ad ogni parola stonata,

hai deturpato la bellezza di due corpi uniti,

soltanto per un tuo capriccio.

Hai creato un mostro plasmandomi come tu volevi,

non hai trovato una ragione per la tua rabbia innata,

hai supplicato di venir colpita in pieno perchè ami il dolore,

hai supplicato la mia bocca di tacere.

Sarebbero state perle di verità le mie parole nella tua testa,

sarebbe stato come un risveglio da ipnosi,

avresti forse negato il nostro dirci insieme,

avresti forse distrutto te stessa pur di non cedere.

Sarebbero state perle di verità le mie parole nella tua testa,

avresti udito dei piccoli gridolini ronzanti di fanciulla,

avresti forse preferito non incontrarmi mai,

avresti supplicato le mie labbra di non sfiorarti.

Ho desiderato profanare il tuo cuore così da potermi dire tua,

specchiandomi sulle tue piccole unghiette concave ho visto il mio volto stanco,

ho trattenuto il nostro amore malato e ho addobbato il mio corpo di te,

insinuando le mie mani ovunque tu volessi.

Sarebbero state perle di verità le mie parole nella tua testa,

ti sveglierai all’improvviso con le mie parole aguzze nella testa.

Racconto di Satana

Posted in Senza categoria on 11 giugno 2008 by stesis83

La sera cade a picco, come la rupe spartana che Giulio fissa sulla cinquantesima pagina di storia. Gli occhi lievemente arrossati per una allergia ai pollini che lo costringe alcuni giorni di primavera a starsene chiuso in casa in attesa che quei fottuti fiori smettano di sbocciare e rilassarsi in sospiri, si attardano sull’apice della rupe.

"E’ da questa rupe che li gettavano, capisci? Tutti quei mostri inutili", dice rivolgendosi a Minnie il bassottino della sorella.

"Hai uno sguardo stupido, sai? Non capisco come quella ragazzina possa adorarti in questo modo, ti ucciderei quando scodinzoli e come un vigliacco abbassi la testa, ti ha dato un nome da femmina, cazzo, e sei un maschio ma vergognati, mi fai schifo!"

Il cagnolino continua a inseguire una mosca che lo molesta e a tratti saltella, cerca di afferrarsi la codina, un orecchio sull’occhio e uno riverso su se stesso.

"Bleah, vai via!", un colpo secco seguito da un uggiolio e da una porta chiusa violentemente.

"Giulio ma che cavolo fai? Sei un cretino! Minnie si è fatto male" grida la sorella risentita.

"Mocciosa, non rompere, ho ben altro da fare che pensare al tuo cane!"

"Parlare con te è come discutere con un muro, fanculo!"

"Chiudi la porta stronza e non rompere più altrimenti fai la sua stessa fine!"

Il ragazzo allunga le mani e tasta dappertutto alla ricerca dell’elastico nero che usa per legare i capelli quando è intento in una delle sue ricerche sul web.

La scrivania pullula di oggetti vari: frammenti di ossa, bracciali in pelle, candele di oppio, strani coltellini multiuso, un cranio con lucine rosse, pile di libri con il pentagono in copertina. Le pareti tinte di viola e sul soffitto un volto di caprio stilizzato dipinto da Marco, il suo migliore amico. Per ogni parete foto e immagini: l’angelo caduto, le streghe nei campi durante il sabba, il numero della bestia segnato col sangue.

Il display si illumina sul nome Marco.

Dimmi, dice esitando.

l’ora.

Ok, sussurra Giulio con qualche affanno.

Il boschetto intorno ai ruderi del chiostro sembra inospitale, i rami si accartocciano come braccia, le cortecce nere segnate lasciano tracce per chi ne conosce il codice, il silenzio squarciato dai rumori della notte, fruscii e in lontananza qualche passo. Uomini vestiti totalmente di nero con un cappuccio di seta a ricoprire il volto muovono lentamente verso la porticina in ferro-ruggine.

Il primo è il più basso di tutti e con forza tenta di aprirla aiutandosi con una chiavetta che conficca nelle viscere del chiavistello. Un lieve click e la serratura scatta, lasciando che la porta sia violata.

I passi risuonano come colpi di stantuffo, corridoi si alternano a stanze e scale, in un intreccio labirintico.

L’ultimo passo è nel vuoto, un pavimento in dislivello rispetto al resto del chiostro immette gli uomini in una grande sala con crocifissi verniciati di nero e capovolti, scheletri, teschi, ossa umane dappertutto.

Delle giovani vergini fanno capolino da una stanza adiacente e altri uomini con delle fiaccole recitano uno strano requiem.

Le donne non accennano a ribellarsi, ipnotiche avanzano come in una danza verso l’altare del Signore Oscuro.

Un uomo con un cappuccio leggermente diverso dagli altri invoca La Bestia.

Le donne, infreddolite e nude, vengono asservite a lui.

Ogni uomo gode in una di loro. Le natiche sferzate con fruste di giunchi, le loro teste ornate con corone di spine, calci e schiaffi.

Gettate a terra e profanate. Peni si incastrano in vagine. Le membra di ogni giovane viene torturata, ferita e percossa. Lo sperma degli adepti sgorga in calici d’argento. Un nanetto giunge all’improvviso con in mano una coppa piena di ostie profanate.