Archivio per agosto, 2008

say so.

Posted in Senza categoria on 28 agosto 2008 by stesis83
ieri sera volevo scrivere una lettera a me stessa. una lunga lettera di cordoglio. invece sono quasi svenuta e sentivo come se la mia testa fosse gravata da un peso insopportabile. mia madre si è gentilmente preoccupata, vedendo il mio volto pallidissimo, gli occhi fuori da ogni orbita conosciuta, le guance come trincee, le mani tremanti. mi ha chiesto se avessi un problema di cuore, sì di cuore. sentimentale. come se tutto fosse riconducibile alla condizione emotiva. l’ho rassicurata, non c’è nulla in me che possa essere un tremore del cuore o una sofferenza inscritta in esso.
lei diceva: DILLO SE. e io rispondevo: NON C’è NIENTE DA DIRE.
ieri anzi oggi o oggi più di ieri è l’anniversario della scomparsa di mio padre e dovrei forse giustificare la mia condotta distorta come una banale crisi dovuta al ricordo.
ma non credo sia una crisi post mortem. ho sentito l’inerzia montarmi dentro quanto la rabbia di essere inerte. ho sentito bruciare di noia e di smarrimento. il mio corpo venir meno. la lucidità svanita in un colpo solo. ho davvero creduto di morire o di perdere ogni facoltà intellettiva. sembrava una forma di depressione senza il desiderio di morte che in realtà credo sia leggittimo in un soggetto depresso. non ho manie, non ho vizi, non ho strane paranoie , sono del tutto consapevole di ciò che faccio, non sento voci,nè deliri, nè strane presenze. non mi invento malattie immaginarie, non rincorro l’amore, non pretendo debba concretizzarsi in qualche strana forma masochistica, insomma.. credo di possedere ancora abbastanza scetticismo e amor proprio per mantenere inalterata la facoltà cognitiva e la comprensione della realtà. riesco ancora a scindere e ricordare. memorizzare. penso di sapere ancora distinguere i colori,i giorni, le priorità, i doveri dai piaceri, i diritti dalle pretese.
posso  nonostante tutto ritenermi sana ma inequivocabilmente compromessa. soggetta a lacerazioni, chiamiamola così tale sindrome.
e DILLO SE.  qualcuno me lo chiede se è successo qualcosa che mi ha scosso così in profondità da voler tranciare viscere e cavi elettrici. ma non è questo.mio dio.
non è questo. è come se a volte sentissi che tutto lo stupore che mi aveva pervaso venisse meno. è terribile.
 
è lo stupore che muove il mondo.  la sophia. l’esistenza tutta.
l’amore non è che stupore. non se ne accorgono. cazzo. non se ne accorgono.  rincorrono non so cosa, quale incredibile mistero chiuso in due occhi che non hanno imparato a scrutare e decifrare.
 
vorrei tornare ai miei diciotto anni , anzi ai venti, alla non consapevolezza.
 
quando tutto era meraviglioso , deliziosamente avvolto nel suo mantello di incertezza.
mi è piaciuto leggere nello sguardo materno il "DILLO SE" . Sì DILLO SE TI SENTI SMARRITA. dillo se ti senti rotta.
dillo se quel che ti manca ha un nome. dillo dillo dillo. Se.-
 
qualcuno mi chiede cosa intendo. non intendo niente.  nè tendo a niente.
è lo stupore che ci ripara dalle frustrazioni dei "non posso".
è lo stupore che ci abbaglia quando crediamo di affogare.
così che tendendo le mani verso quella luce potremmo afferrare una boa.
 
così da poterci salvare.
 
Say so. Dillo se lo vuoi. Dillo se mi vuoi. Dillo se mi ami. Dillo se non ami. Dillo se vuoi che fossi oblio.
Say so.
 
e nemmeno adesso scrivo la lettera. perchè nei mille "dillo se" non conosco linguaggio.
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Stupore e Amore

Posted in Senza categoria on 28 agosto 2008 by stesis83

1. Lo stupore originario, inizio del filosofare

 

Se guardiamo alla storia delle culture nel corso dei secoli, sia in Oriente che in Occidente, l’uomo si è sempre interrogato sulla “verità delle cose”, a partire dall’esperienza del suo esistere e degli accadimenti che coinvolgevano la sua vita. Ovunque e in ogni tempo, mano a mano che l’uomo conosce sia la realtà e il mondo attorno a sé, sia se stesso nella sua unicità, gli diventa sempre più impellente la necessità di rispondere alla domanda sul “senso” delle cose e della sua stessa esistenza.

 

 

Non a caso sull’architrave del tempio di Delfi era scolpito il monito Conosci te stesso: se si è uomini si è anche “conoscitori di se stessi”, proprio perché ciò che costituisce l’oggetto della nostra conoscenza non rimane per noi un qualcosa di esclusivamente accessorio ed esterno, ma diventa anche – almeno in qualche modo – parte della nostra stessa vita. Basta considerare la storia antica per vedere che in ogni popolo e nelle differenti culture si trovano delle domande di fondo che caratterizzano il percorso individuale e collettivo dell’esistenza umana, che trovano espressione nella letteratura, nell’arte, nelle religioni: CHI SONO?, DA DOVE VENGO E DOVE VADO?, PERCHÉ LA PRESENZA DEL MALE?, CHE COSA CI SARÁ DOPO QUESTA VITA?

 

Di questi interrogativi, che hanno la loro comune scaturigine nella domanda di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo e dalla cui risposta (esplicita o implicita) dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza, si occupa – nelle modalità che le sono proprie – anche la filosofia.

 

Da dove nasce: dall’interrogazione radicale sul senso della vita e dell’esistenza; dalla coscienza della finitezza della nostra vita e della nostra destinazione verso la morte; dalla volontà di capire e di trasformare la realtà, ricercando nuove forme di unità e di sintesi nella conoscenza e nuove opportunità di azione sulla realtà; dal dubbio che ci assale, specie rispetto alle risposte “preconfezionate”; dall’esigenza di “dirigere” con saggezza le nostre scelte e il nostro “stare nel mondo”, affinché non sia prigioniero dell’immediato e del mero istintivo; dalla meraviglia, lo stupore, l’inquietudine e la curiosità che proviamo di fronte a tutto ciò che ci circonda e con cui siamo in rapporto.

 

Proprio i temi dello stupore e della meraviglia (theoreinthaumazein) sono stati i più comunemente messi in rilievo dai filosofi antichi parlando del sorgere della filosofia.

 

Leonte, principe di Fliunte, chiese a Pitagora che cosa significasse «filosofo». Pitagora rispose che […] vi sono alcuni che non tengono in alcun conto il resto e studiano amorosamente la natura. Pitagora chiamava costoro «amanti della saggezza», cioè filosofi” (Cicerone, Tusc. Disp. V, 3, 9).

Platone, nel dialogo tra Teeteto e Socrate si richiama questo stupore originario: “[Teeteto] – In verità, o Socrate, io sono straordinariamente meravigliato di quel che siano queste «apparenze»; e talora se mi fisso a guardarle, realmente, ho le vertigini. [Socrate] – Amico mio, non mi pare che Teodoro abbia giudicato male della tua natura. Ed è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia: né altro inizio ha il filosofare che questo: e chi disse che Iride fu generata da Tarmante, non sbagliò, mi sembra nella genealogia” (Platone, Teeteto 155d).

 

Spinto dal desiderio di scoprire la verità ultima dell’esistenza, l’uomo cerca di acquisire quelle conoscenze universali che gli consentono di comprendersi meglio e di progredire nella realizzazione di sé. Le conoscenze fondamentali scaturiscono dalla meraviglia suscitata in lui dalla contemplazione del creato: l’essere umano è colto dallo stupore nello scoprirsi inserito nel mondo, in relazione con altri suoi simili dei quali condivide il destino. Parte di qui il cammino che lo porterà poi alla scoperta di orizzonti di conoscenza sempre nuovi. Senza meraviglia l’uomo cadrebbe nella ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un’esistenza veramente personale” (Fides et ratio, n. 4).

 

 

 

DA WIKIPEDIA parliamo di AMORE!!!

Pur essendoci dei caratteri comuni, la maggior parte delle reazioni o delle pulsioni amorose sono soggettive e variano da individuo a individuo; tuttavia ci sarebbero, secondo la maggior parte degli psicologi e degli scienziati [citazione necessaria], tre fasi principali nell’amore fra esseri umani: infatuazione o (Innamoramento), attrazione e attaccamento, composte da vari elementi e stadi.[1].

Generalmente, l’amore comincia nella fase dell’"infatuazione", forte nella passione ma debole negli altri elementi. Il primo sprone di questa fase sarebbe l’istinto sessuale. L’aspetto fisico, e altri fattori, giocherebbero infatti un ruolo decisivo nel selezionare possibili compagni o compagne. In questa fase l’amore è puramente materiale: si apprezza il/la compagno/a nella sua apparenza corporea, nella sua pura esteriorità. Quello che inizia con l’infatuazione può svilupparsi in uno dei tipi d’amore più pieni.

Con il passare del tempo gli altri elementi (affetto, attaccamento) possono crescere e la passione fisica può diminuire d’importanza, mantenendo però quell’equilibrio alla base della relazione. In questa fase, detta "attrazione", si giudica il partner al di là di come appare, si valutano diversi fattori come la sua cultura, i suoi valori. In questa fase, quindi, si apprezza il/la compagno/a nella sua pura interiorità.

Nella fase dell’"attaccamento", la persona si concentra sul singolo compagno e la fedeltà assume importanza. Ormai si apprezza il/la compagno/a in sé e per sé, in modo pieno e totale, forti delle due fasi precedenti ma ora consapevoli di tutto il proprio percorso interiore. Ora non si amano più caratteristiche determinate, siano esse materiali o spirituali, ma l’uomo/la donna in quanto tali.

Sebbene gli esseri umani non siano generalmente sessualmente monogami, si ritiene tuttavia che siano emozionalmente monogami: possono amare (romanticamente) una sola persona alla volta. Quando una persona condivide con un’altra un amore per un lungo periodo di tempo, sviluppa un "attaccamento" sempre più forte verso l’altro individuo.

Per quanto riguarda l’eventuale presenza di figli, secondo recenti teorie scientifiche sull’amore, questa transizione dall’attrazione all’attaccamento avverrebbe in circa 30 mesi: il tempo di portare a termine una gravidanza e di curare la prima infanzia del bambino. Dopo questo periodo la passione diminuirebbe, cambiando l’amore da romantico a un semplice piacere nello stare insieme. Quest’ultima fase durerebbe dai 10 ai 15 anni: finché la prole ha raggiunto l’adolescenza o più tardi (con variazioni considerevoli da cultura a cultura).

Di solito una relazione che si basa su più fattori (affetto, attaccamento, stima, interessi comuni, attrazione sessuale) ha più possibilità di riuscita di una basata sulla sola attrazione sessuale. Questo "determinismo dell’amore", funzionale unicamente alla cura del bambino, è stato criticato da più parti, in particolare dai sostenitori dell’intelligenza emotiva.

L’amore e la paura di perdere la persona o la cosa amata, accompagnano spesso un sentimento di protezione e/o gelosia verso l’oggetto di tale sentimento. In taluni casi l’amore assume aspetti patologici, quando è la causa che impedisce la conduzione di una vita normale o l’elemento scatenante di un attaccamento morboso.

Alcuni in ogni caso affermano di non aver mai provato, nella loro vita, alcuna forma di amore o di innamoramento.

 

 

Le persone si innamorano quando sono pronte a mutare, ad iniziare una nuova vita. L’innamoramento, secondo Alberoni, si compone di un rapido processo di destrutturazione-ristrutturazione chiamato Stato Nascente (invariante rispetto all’età, al sesso, all’orientamento sessuale) nel quale l’individuo diventa capace di fondersi con un’altra persona e creare una nuova collettività ad altissima solidarietà. Di qui la definizione: l’innamoramento è lo Stato Nascente di un movimento collettivo formato da due sole persone.

 

Per amore non corrisposto si intende un intenso sentimento di amore romantico che non è ricambiato dal soggetto amato, anche se la reciprocità è desiderata dal soggetto amante. La condizione emotiva dell’amante non corrisposto è tipicamente caratterizzata da repentini cambi di umore e può oscillare tra la depressione e l’euforia.

L’amore non corrisposto può sfociare in comportamenti ossessivi e anche trasformarsi in ostilità nei confronti della persona amata; d’altro canto, questa forma d’amore ha rappresentato per secoli l’ispirazione per numerose opere d’arte di eccellente livello. L’atteggiamento di un innamorato non corrisposto può essere recepito in svariati modi da un osservatore esterno (o dallo stesso soggetto amato); il suo comportamento può essere giudicato affettuoso, oppure sgradevole, oppure può essere interpretato in molti altri modi: si tratta sostanzialmente di una questione soggettiva.

Trovarsi in una tale condizione è estremamente doloroso, ma allo stesso tempo può rappresentare una fonte di grande gioia: a volte questa forma d’amore lascia nel soggetto amante un senso di realizzazione di sé per avere qualcuno da amare, anche se il sentimento non è reciproco. In alcuni casi, l’innamorato non corrisposto ritiene che tale soddisfazione ricompensi la sofferenza che deve patire: di conseguenza, egli non dichiara i propri sentimenti alla persona amata per il timore di essere respinto definitivamente.

L’amore non corrisposto nei confronti di una data persona può durare molto a lungo (anni e persino decenni). Tuttavia, molto spesso i sentimenti del soggetto amante raggiungono un punto di rottura nel momento in cui egli viene a sapere che il suo amore non sarà mai ricambiato, oppure quando egli sposta il proprio interesse su di un soggetto disponibile a corrispondere il suo affetto.

 

Sembra che il termine amor platonicus sia stato coniato nel XV secolo da Marsilio Ficino come sinonimo di amor socraticus. Entrambe le espressioni indicano l’amore diretto alle qualità morali ed intellettuali di una persona piuttosto che a quelle fisiche. I termini si riferiscono al legame affettivo molto speciale che intercorre tra due uomini, maestro e allievo, che Platone aveva descritto nei suoi Dialoghi ed esemplificato dal rapporto tra Socrate e i suoi giovani studenti, in particolare Alcibiade.

 

 Esiste nel mondo un numero crescente di individui che si dibatte in dinamiche amorose il cui esito finale è sempre la sconfitta e la sofferenza, e che, nonostante ciò, si dedicano all’amore con la stessa dedizione di un religioso per la sua fede. La psicologia contemporanea definisce questa patologia come dipendenza affettiva e, in inglese, love addiction.
Non ogni amore si esprime in una dipendenza, ma ogni dipendenza affettiva ha bisogno di un amore per radicarsi in una personalità. Al pieno del suo sviluppo, la dipendenza affettiva altro non è che passione amorosa il cui esito è sovente la sofferenza, la malattia, la morte. Ma cos’è la passione amorosa?
Scrive Ghezzani: "La passione amorosa è un complesso di amore e di odio. L’innamorato patologico si lega al suo oggetto d’amore per dare soddisfazione sia a esigenze di amore, sia a esigenze di odio. Nella sua passione convergono il flusso dell’amore (il bisogno imperioso di vivere un amore in piena libertà) e il flusso dell’odio… Se non si comprende che la passione amorosa è una ricca ancorché oscura miscela di amore e di odio, e se non si comprende quanta energia liberatrice c’è in quest’odio, si espropria il soggetto ammalato della sua forza caratteriale e lo si condanna a cercare sempre nuova dipendenza amorosa o a sostituirla con le terapie e i servizi di aiuto".
La tesi dell’autore è dunque che se la dipendenza affettiva è una patologia, essa lo è in un modo del tutto particolare: dotata in modo estremo (passionale, appunto) di risorse di libertà che il soggetto deve solo apprendere a scoprire in se stesso per renderle infine funzionali alla salute e alla vita.

"Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.

Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.

Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo."

(Robin Norwood)


Il presente articolo è tratto dal sito MALdAMORE che invito a visitare per tutti gli approfondimenti relativi a questo tipo di dipendenza

INIZIATIVE: Seminari Esperenziali e Corsi di Formazione sulle Problematiche e Dipendenze Affettive e Relazionali

La problematica della dipendenza affettiva è abbastanza recente, e si può dire che è nata sull’onta del successo, negli anni ’70,di un libro della psicologa americana Robin Norwood "Donne che amano troppo". Ma traccie di tale tipo di dipendenza si possono rinvenire anche prima, ad opera di altri studiosi. Lo psicanalista Fenichel nel 1945 nel libro Trattato di psicanalisi delle nevrosi e psicosi introduceva il termine amoredipendenti ad indicare persone che necessitano dell’amore come altri necessitano del cibo o della droga.

Nella dipendenza affettiva, l’amore verso l’altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, pur presentando, rispetto a quest’ultime una differenza sostanziale: essa si sviluppa nei confronti di una persona e ciò la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.

Una premessa è d’obbligo: è normale che in una relazione, in particolare durante la fase dell’innamoramento, ci sia un certo grado di dipendenza, il desiderio di "fondersi coll’altro", ma questo desiderio "fusionale" collo stabilizzarsi della relazione tende a scemare. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura inalterato nel tempo ed anzi ci si tende a "fondersi nell’altro".

Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione "sana". I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali "vuoti affettivi" dell’infanzia. Il partner assume il ruolo di un salvatore , egli diventa lo scopo della loro esistenza, la sua assenza anche temporanea da la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998). Chi è affetto da dipendenza affettiva non riese a cogliere ed a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni, ci si "maschera" replicando antichi copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.

Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner "problematici", portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, ecc…). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perchè l’altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un’aiuto "malato" in cui si diventa "codipendenti", anzi si rafforza la dipendenza dell’altro, perchè possa essere sempre "nostro". In questi casi la persona non è assolutamente in grado di uscire da una relazione che egli stesso ammette essere senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. Inoltre sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, maliconia, idee ossessive. Quasi sempre c’e incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto, progetti di vita diversi se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca (vedi anche articolo sulla CODIPENDENZA )

Chi è affetto da tale tipo di dipendenza s’identifica con la persona amata. La caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse.I dipendenti affettivi sono ossessionati da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Ritengono che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile e durataura. Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile e duraturo, ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura "amplificato". Non ci si rende conto che l’amore richiede onesta e integrità personale perché l’amore è un accrescimento reciproco, uno scambio reciproco tra persone che si amano.Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici della dipendenza affettiva, sono invece destinati a distruggere l’amore. Chi soffre di tale dipendenza è così attento a non ferire l’altro, da non rendersi conto che in questo modo finisce col ferire gravemente sé stesso.

Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in questi casi si può affermare che la dipendenza si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di sè, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità. A questo riguardo Interessanti sono anche le considerazioni della psichiatria Marta Selvini Palazzoli. A suo parere quello che incatena nella dipendenza affettiva è l ‘Hybris , vale a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo

Il già citato psicanalista Fenichel è del parere che gli amoredipendenti necessitano enormemente di essere amati nonostante abbiano scarse capacità di amare. Essi elemosinano continuamente dal partner maggior amore ottenendo, però il risultato opposto. Si legano a partner che considerano non adatti a loro, ma nonostante ciò li renda arrabbiati ed infelici non riescono a liberarsi di quest’ultimi.

La dipendenza affettiva colpisce, sopratutto il sesso femminile, in tutte le fascie d’età . Sono donne fragili che, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, si sentono inadeguate.Esse hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme.

Attualmente, la dipendenza affettiva, non è stata classificata come patologia nei vari sistemi diagnostici psichiatrici, come il DSM IV e si cerca di farla rientrare nei vari disturbi contemplati in essi, anche se ricerche svolte in questo campo, come quelle di Giddens, la considerano come un disturbo autonomo. Secondo quest’ultimo la dipendenza presenta alcune specifiche caratteristiche: L’"ebbrezza" (il soggetto affettivamente dipendente prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione dei partner, che gli è indispensabile per stare bene). La “dose” – il soggetto affettivamente cerca “dosi” sempre maggiori di presenza e di tempo da spendere insieme al partner. La sua mancanza lo getta in uno stato di prostrazione. Il soggetto esiste solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e concrete. L’aumento di questa “dose”non di rado esclude la coppia dal resto del mondo. Se la dipendenza è reciproca la coppia si alimenta di se stessa. L’altro è visto come un’ evasione, come l’unica forma di gratificazione della vita. Le normali attività quotidiane sono trascurate quotidianamente. L’unica cosa importante è il tempo trascorso con l’altro perché è la prova della propria esistenza, senza di lui non si esiste, diventa inimmaginabile pensare la propria vita senza l’altro. Tutto ciò rivela un basso grado di autostima, seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso. In alcuni momenti si è "lucidi" su questo tipo di relazione con l’altro, s’intuisce che la dipendenza è dannosa ed è necessario farne a meno. Ma subentra la considerazione di essere dipendenti e ciò rafforza il basso livello d’autostima personale e quindi spinge ancora di più verso l’altro che accoglie e perdona, ben felice, talvolta, di possedere. Quindi ogni tentativo di riscatto dalla propria dipendenza muore sul nascere.

A queste caratteristiche comune a tutte le dipendenze, elaborate da Giddens, nè aggiungerei, un’altra, non presente nelle altre dipendenze: la PAURA. Paura ossessiva e fobica di perdere la persona amata, che s’alimenta a dismisura ad ogni piccolo segnale negativo che si percepisce. A volte basta rimanere inaspettatamente soli o non ricevere una telefonata per avere paura di un’abbandono definitivo.

Inoltre nel soggetto affetto da tale tipo di dipendenza è possibile rintracciare una sorta di ambivalenza affettiva che è riassumibile nella massima del poeta latino Ovidio: "Non posso stare nè con tè, nè senza di tè" . "Non posso stare con tè" per il dolore che si prova in seguito alle umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti e quant’altro si subisce. "Non posso stare senza di tè" perchè è indicibile la paura e l’angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata.

Riepilogando i sintomi della dipendenza affettiva sono (l’elenco è lungi dall’essere esaustivo):

  • Paura di perdere l’amore
  • Paura dell’abbandono, della separazione
  • Paura della solitudine e della distanza
  • Paura di mostrarsi per quello che si è
  • Senso di colpa
  • Senso d’inferiorità nei confronti del partner
  • Rancore e Rabbia
  • Coinvolgimento totale e vita sociale limitata
  • Gelosia e possessività

 

 

 

il fondo.

Posted in Senza categoria on 28 agosto 2008 by stesis83
Non si vedono confini nè congegni per sorridere,
sulla strada del pellegrino apolide,
un segmento di raso e uno di mussolina,
come cerchi di fumo che inquinano la bocca.
 
ho urtato la sensibilità di una fanciulla inquieta,
ho scorto dei rametti tra i suoi capelli,
ed era così luminosa da sembrare un coccio di luce riflesso su un rosone,
così gentile da sciogliermi l’anima in turbamenti.
 
ero io il pellegrino e lei la rocca,
e la strada era la brezza che sospinge i ricordi.
 
c’era il giorno a piangere per i nostri insuccessi
e la madre terra a cullare la sera.
 
non si vedono aggressori nè porte aperte,
non c’è cielo senza mare e non c’è sollievo senza pentimento.
 
in un solo tocco mi anniento,
uno solo.
 
lei è la rocca e io il vento.
come pungo agli occhi.
come levigo.
come stanco,
come carezzo.
come fuggo,
come trasporto,
come spiro,
come muoio.
 
lei è il faro e io la vela.
 
non c’è frontiera nè maree,
flutti e simmetrie,
non c’è logos nè cogito,
non c’è altro che gelo.
 
e io stento,
ostento,
rimpiango,
compiango.
 
tesso,
confesso.
 
lei è la fiamma e io la stoppia.
 
non c’è cemento,
nè cera,
nè gesso,
nè pelle che possa sgretolarsi.
 
non ho ginocchia che possano sbucciarsi.
 
tutto deborda.
tutto è filtrato attraverso un imbuto.
vedo il mondo in bianco,
talvolta in verde e rare volte in color pulce.
 
vedo il mondo guardando attraverso il fondo di bottiglia.
 
 

se voglio vivere

Posted in Senza categoria on 27 agosto 2008 by stesis83

ho camminato sulla strada che conduce a te,

con la fatica che colava tra le gambe,

gli occhi chiusi mentre attraversavo il deserto,

e le montagne che planavano sul mare.

ho creduto di poter morire in un attimo,

svanendo la ragione,

e ora sono certa che morire non fa male,

ora sono certa che oltre è il vuoto.

Ho camminato incerta di pochi passi,

verso un punto chiamato luogo,

trattenendo il respiro ho cercato vita,

sperando di non cadere nel silenzio.

ora sono certa che morire non fa male,

sono certa che è solo una foschia momentanea.

ho creduto di conoscere il mondo,

le sinergie, i modi e i tempi,

ho soltanto supposto di sapere,

senza in realtà neppure immaginare.

ho camminato sulla strada della follia,

con il vigore giovanile,

ho murato i sogni,

quelli possibili.

Forse ogni testo sarà un ventaglio di parole,

e le passioni ulcere definitive,

forse non c’è modo di evitare il declino,

che tenta di avvelenarmi.

Resistere.

Devo soltanto resistere.

ho così poco da sperare eppure spero.

ho così poco da amare eppure amo.

resistere.

devo resistere.

per non sprecare un’intera vita di donna.

desidero eliche di anni.

rampe di anni.

desidero giorni su giorni.

desidero tempeste di anni.

devo soltanto resistere.

controllando le paure.

devo soltanto resistere,

anche se c’è una trappola in me.

e io so che devo avere fiducia in te,

lo so che devo riporre un pò di fiducia in te.

se voglio vivere.

so che devo amare con fiducia.

solo se voglio vivere.

Buon sangue non mente.

Posted in Senza categoria on 27 agosto 2008 by stesis83

Menti

sodomite

sulla roccia conica

partoriscono idee blasfeme

 

Crani vorticano come girandole

e i corpi danzano sulle pannocchie marce

il sangue amarognolo mi si condensa in gola

mentre entri dentro me.

 

Sussurri desideri carnali,

fissi la croce mentre entri dentro.

e i fringuelli cantano

e le formiche muovono perfettamente in asse

i grugniti del tuo piacere squarcia il tempo

e tu mi rimani dentro come una lama sopportabile.

Senti i miei capelli sinuosamente legarsi a te?

senti le mie mani sul tuo corpo?

sono come giunchi che stracciano la tua pelle.

ogni carezza è il mio segno per sempre.

Ingollo il tuo sangue con bramosia nuova.

E sento che è il vino delizioso per il mio palato.

sento che mi sei dentro come una bugia necessaria.

Sei la bugia necessaria per il mio cuore.

 

 

 

 

 

 

Non esisti

Posted in Senza categoria on 26 agosto 2008 by stesis83

Avrei voluto toccarti,

per non sentire quella triste mancanza,

avrei voluto ascoltare gli assoli della tua ultima melodia,

per distrarmi da questo patetico silenzio.

Avrei voluto strappare la tua lingua e sentire il sangue colare tra i denti,

tingermi le labbra e le gengive di un bel drappo porpora,

avrei voluto dimostrarmi ancora più superba di una ragazzina nata bene,

poggiare le mie mani sul ventre per rivelarti che da te non nascerà più niente.

Quando ti guardo non ti vedo,

quando mi guardi non mi vedi,

quando ti parlo non è che una flebile litania,

e tu sei sempre bella e altera.

Sei sempre bella e sottile.

Quando ti mostro il mio dolore,

tu mi mostri la tua cicatrice di donna,

quando ti dono benevolenza,

mi doni la tua dolcissima indifferenza.

E’ diventato così difficile scrivere qualcosa di buono in questo mondo sotterraneo,

mentre scatta il giorno in cui piango il mio caro estinto,

dolendomi della mia condizione di prigioniera volontaria,

penso a tutto ciò che avrei potuto avere e non ho voluto.

Certi giorni credo di impazzire,

di non trovare una sola ragione per dover aprire un libro o sprecare fiato,

certi giorni sono così neri da sembrare fiaccole dentro caverne,

luci che lentamente spariscono nell’oscurità della noia.

E’ diventato così prevedibile il mondo e i suoi abitanti,

con tutta quella rabbia repressa e segmenti di rinuncia,

con quei messaggi inviati per non perdere un contatto con la realtà,

anche se la realtà non possiede dimensioni nè concretezze.

Certe notti penso di non essere sola,

stringo il mio cuscino e piango lacrime di nostalgia,

per la bambina che ero,

per ciò che ho perduto,

per ciò che sono,

e quelle sono le stesse notti in cui vorrei pregare,

credere in qualcosa,

avere fede.

Certe notti ho il sospetto che mi piaccia la condizione di funambolo,

e se potessi ti sussurrerei che non sei niente,

che ciò che divora non ha un nome nè un volto.

se potessi , ho detto.

ma non posso.

 

se potessi, ho detto.

ma non voglio.

Mi spiace deludere. anzi non mi spiace questo-

mi spiace non poterti toccare. sì non poter lasciare piccole impronte rosse intorno al tuo collo smanioso di calore.

sei così invisibile ai miei occhi..

così invisibile.. che forse non esisti affatto.

LG

Posted in Senza categoria on 23 agosto 2008 by stesis83

Ho permesso al tuo silenzio di diffondersi dentro me e con vigore ho tagliato il cordone che legava il quadro alla tua cornice. Ho presto raggiunto l’orgasmo e il sollievo di averti lasciato indietro mi ha reso inerme.

Sul letto-prigione la continua ed inutile tensione verso qualcosa o qualcuno,fosse un’idea , fosse un’immagine,un colore, una piccola logorante carezza. La schiena come un ponte che separa pieni e vuoti, invisibili striature muscolari. Mi contraggo in spasmi violenti e volontari rischiando di spezzarmi fuori per non contorcermi in profondità. Cammino piano sulle mie radici storte mentre sottili i pensieri distorti e flessi si sollevano come nebbia.

Il giorno ha un’eclisse temporale e non so far altro che ripetermi. Soltanto ripetermi,per un minuto, ore,settimane. E ci siamo consegnate al giorno dopo una notte di estasi carnale con gli stessi dubbi secchi e le stesse malinconie primitive. Non trovando uno scorcio di luna nell’immenso cielo globale.

E se riuscirai a scrivere in modo sublime potrai porre un’orma nell’olimpo dei grandi , dice il giovane allo stolto.

Se solo riuscissi a non perderti nell’insensatezza potresti perderti nella sensatezza fino a quando mischierai il tutto e sarai il gioco luce-ombra dell’esistenza.

Come sarebbe semplice respirare sogni mentre affondi i piedi nell’inconsistenza. Come sarebbe bello schiudersi in un’altra sè per poter continuare il replay all’infinito, senza pause senza noiose distrazioni.

Mi voglion propinare una verità che odora di amarezza. Loro camminano sorridendo di me che sorrido di loro, per un riflesso non controllabile. So che raggiungersi è quasi come sfiorarsi.Se solo ci si potesse librare in cielo senza dover spiegare il perchè o tenere una matita pericolosamente in bilico in un punto. Ci raccontiamo freschi aneddoti di realtà anelando la libertà di dirsi menzogne per colorare l’insieme.

Ho permesso alle nostre braccia di strofinarsi allo stesso banchetto. Ho permesso ai tuoi occhi di fissare per qualche attimo le mie pupille.

Ho reso tutto dannatamente più complesso per poter dire " è interessante". Non lo era.

Ho reso tutto più lineare per poter dire "è rilassante". Non lo era.

Ho permesso alle tue labbra di pronunciare tante e sprecate frasi. le mie piccole orecchie sembravano coppe troppo grandi. Non ho udito che un flebile gemito voluttuoso su torrenti di parole.

Se solo non fossi l’alternanza di negligenze e sofisticate frivolezze forse potremmo fingere di amarci davvero.

Nel sintomo mi dolgo di me. Nella certezza della patologica ed inclemente mediocrità mi dolgo di me.

Nella malattia di non saper districarmi tra questa realtà e le altre mi dolgo di me. E compiangendomi mi detesto.

Ci siamo presentate al giorno come due spose che hanno perduto le motivazioni per convolare a nozze ma decidono di sposarsi ugualmente perchè ormai tutto è già scritto.

Ci siamo inventate il finale ancor prima di vivere davvero. Gesso bianco sui nostri volti e questo è l’amore che volevamo? Cadiamo giù nel fiume per vorticarci dentro. Come una foglia stanca di cadere. Come una trottola stanca di ruotare. Come una giostra stanca di girare. hai indossato la mia pelle mentre danzavi come una piccola ombra in una pozza d’acqua.

Chi desidera amarsi di nuovo? il mostro è nella foresta. Chi desidera davvero amarsi? siamo mostri nella foresta. che non sanno essere liberi. Siamo mostri nella foresta che non sanno toccarsi.

Quanta freddezza nei tuoi occhi stretti mentre canti l’amore d’altri. Chi desidera amarsi di nuovo?

C’è un mostro nella foresta. un mostro che cammina trascinando i suoi pezzi.

quanta freddezza nelle notti insieme. quando ti addormenti e urli i tuoi incubi.

c’è un mostro nella foresta.un mostro che non conosce il perdono.

siamo mostri che camminano nella foresta e non ne riconoscono i rumori.

siamo mostri che non sanno essere liberi. Non sono mai stata tanto seria quanto adesso.

mentre rivendico la libertà di essere me stessa e di non udire più altro che silenzio.

non sono mai stata tanto seria quanto adesso. rivendico per me la libertà di essere me stessa e di non piacerti. gesso bianco sui nostri volti e questo è l’amore che professi?

mentre voli come un’aquila sui monti sembra che tu debba raggiungere la vetta.

echi di bugie distraggono i tuoi sensi. tu cadi oggi come sei caduta in passato.

ci siamo presentate al nuovo puzzando ancora di vecchio.

permettendo a questo silenzio di diffondersi dentro come una pace non desiderata che eternamente imprigiona.