Archivio per agosto, 2010

Lettera ad un amore svanito

Posted in Senza categoria on 27 agosto 2010 by stesis83
A stento ricordo quando ti ho riconosciuta. Eri imperturbabile nelle tue scarpe. Dicevi di possedere dita quadrate che orgogliosa mostravi,mentre la strada annerita scompariva ad ogni passo. Quante immagini s’attardano nella mente svanita?i mondi ruotano sempre intorno alla storia di due donne. Asimmetrie d’anime,voluttuosi sguardi, complesso equilibrio tra eros e philìa, ci si incontra sempre troppo presto. Come posso io ignorare Fedro? Se l’amore fosse un impulso a cui l’amante non sa sottrarsi, se il bagliore fosse unico e la tentazione fosse resa incondizionata, quante domande analoghe dovrebbero scuotere le coscienze di uomini giusti?So che la dipendenza da un profumo, da una stretta, da un pensiero è profonda perdita di sé, so che mai saremo specchi,so che il segreto per sopravvivere bene è la certezza nel dominio di sé. Ti portai nel bosco insanguinato, macchiando il mio sudario del tuo ghigno dorato. Avrei reciso il tuo volto, schiudendolo ad un nuovo sole, saresti stata la bella dagli occhi pesanti. Forse saremmo andati per strade mai battute, spersi nella vigna, come piccoli vermi. Forse avremmo potuto percorrere un sentiero lento irto di timori, dove i fiori germogliano ai lati. Avresti detto:" Oserò?" modesta, nelle tue sottili gambe.
io le avrei conosciute, tra tutte. Ho camminato così tanto, tra il fumo e la nebbia di pomeriggi di dicembre, in tutte le stagioni che mutando ingannano l’uomo ma non me, che invisibile credo nel non-tempo, ho visto il fiume mascherarsi di ghiaccio, i giardini rattrappire come corpi, ho visto vecchi marinai dalle tremanti mani stringere scheletri di pipe. Ho sentito sul palato il sapore di focaccine imburrate e mai mi sei stata cara quanto in quel momento. Croccante ,ogni stralcio di te per sfamarmi. Io sento il suono delle trombe , gli angeli neri non tardano a chiamare. La foschia ha mascelle zebrate che stritolano il mio desiderio di te e come un profeta che canta da cisterne vuote, piango gocce elastiche. Ogni cosa oscilla, tutto ciò che guardo, che domino, che stringo. Come se avessi impagliato uomini con le mie luci, e ogni ombra venga a risiedere in me, imbrigliando il mio cuore. Quante rampe di scale ho sceso serrando gli occhi? Ho contato le pause che il cielo concede nei luoghi di pioggia. Se concedesse anche la pace,prima dell’ultima stazione, se concedesse al vento di gelare i colli, se potessimo vivere senza pronunciare verbo. Io vorrei essere ridotta al nulla dalle acque. Come un lieve bisbiglio tra le fronde, ripetermi all’infinito senza giustificarmi. E’ forse oziare in eccesso il perpetuarsi? Ho immaginato pietre,lampi,aquile,mirtilli, e dietro una colonna di aspettative disattese ho visto te. Come una proiezione , tu eri l’ideale, la Città tutta. Eri madre,dalla fronte aggrottata, un pagliaccio dalla bocca ridente. Eri a Rocca. Il singolare. La straniera. Di tutto ciò che avrei voluto non ho avuto eredità. Il tempio decaduto, Gerusalemme divisa, bestiali come sempre, carnali,egoisti,gli uomini in questa terra.
Tu che eri il calice, ti sei lasciata sedurre dall’abisso. Vedo vetri colorati di finestre, luci frantumarsi in acque inquiete, rapidamente vieni cacciata indietro dove il fuoco è ormai quasi spento. Cado in un sonno dove sonnambuli vengono a vegliare, stanchi di luce. Che il mio odore ti sia familiare, con i suoi piccoli piedi. Quando la lampada è accesa , gli spettri tornano a chiedere un pò di poesia.Forse non è troppo tardi per dire ua parola. Con mani carezzevoli.

xxx

Posted in Senza categoria on 13 agosto 2010 by stesis83
Lei è supina e a volte non si scorge, mi adorna della sua eleganza solitaria, mentre le mie mani addormentate sono conche, e tarda la pioggia a cadere, rimango eretta nella mia grigia essenza. Taciturna è la stanza che si adombra, tutte le linee immaginate divengono nitidi contorni di labbra, e si accendono gli angoli dei tetti, si animano i corpi avidi, che si annodano precariamente, in viaggio verso il petto oscuro. Ammiccano gli occhi, gli sguardi come fitte reti, ardono i pensieri, incagliati tra le pieghe della fronte. Niente è più sincero dell’oblio, la tristezza designa il suo successore, delineando distanze tra onda e sabbia, si avvolge la luce alle mie gambe. Sembra bello il fumo denso, allontana gli anni feriti, il passo affretta il passo, l’umidità spezza le ossa. Non esiste tenerezza se non quella che sfugge e flette, che invisibile poggia sul cuore e in frammenti d’ombra, preserva il suo profumo. Cade in un sonno primitivo, sotto il peso tiepido dell’assenza, che divide le notti, in cantucci dove l’amore passò e lasciò la sua schiuma. E non colgo niente dall’orto stellato, che la mia anima danzò troppo brevemente, e d’altro si ornò che di commiati, mentre la voce cercava il vento e si sperdeva. La notte lascia biancheggiare le fronde, ciò che vorrei udire non riesco a sentire, la rugiada non si rassegna, germoglia all’improvviso come fiori di campo. La necessità trascina le sue membra, e schiude la sua voragine infernale, morde il fuoco che affonda le sue scintille nella carne, e ricorda alla mia schiena di non mostrarsi arrendevole e chiara. Tutta la vita mi attende, che versa il suo liquore scuro, lo ingoio in un sorso, così come ho ingollato ogni carezza, ogni bacio depositato sulle palpebre. Così come ingoio vittorie e sconfitte, timidi dubbi di fanciulla, aromi di bosco,acque e terra, estremi addii e nuovi inizi. L’amore non ha mai un solo volto, si lascia blandire dalle parole acute, si celebra da sola la bellezza, mentre indomita la strada è la mia unica compagna.